Malattie correlate alla dieta
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  • Malattie correlate alla dieta

     

     

    Introduzione

    Tumori (cavità orale e faringea, esofago, polmone, “sul fumo di sigaretta…”, seno, stomaco, fegato, prostata, colon e retto)

        Malattie cardio e cerebrovascolari - sull’ipertensione arteriosa…

    Cirrosi epatica alcolica – “sull’alcool etilico o etanolo…(tabella n. 1)”

    Obesità

    Osteoporosi

    Diabete mellito non insulino dipendente

    Gozzo e altre malattie da carenza di iodio

    Anemia sideropenica

    PREVENZIONE DELLE MALATTIE CORRELATE ALLA DIETA

    Introduzione

    Tumori

    Patologie cardiovascolari

    Sull’ipertensione arteriosa

    Cirrosi epatica alcolica

    Obesità

    Osteoporosi

    Diabete mellito non insulino dipendente

    Gozzo ed altre malattie da carenza di iodio

    Anemia sideropenica

    Attività fisica

    Conclusioni

     

     

    INTRODUZIONE

     

    Con questo opuscolo vogliamo portare alla vostra attenzione dei dati che evidenziano la relazione, spesso problematica, tra alimentazione e salute. (AUTO)

    Così problematica che in Europa, nel 1990, circa la meta' delle morti in età inferiore ai 65 anni, fu causata da patologie influenzate direttamente dalla dieta (10-13). Ci riferiamo più precisamente a determinati tipi di tumore, alle malattie cardio e cerebrovascolari, al diabete mellito, alla cirrosi epatica alcolica, all’obesità, all’osteoporosi, al gozzo, all’anemia(7-82); patologie sulle quali agisce in maniera rilevante il tipo di alimentazione adottata, sia essa eccessiva, carente o squilibrata. (AUTO)

    Nell’ultimo secolo sono cambiati dei modi di vita  cui eravamo abituati da millenni e questo in un intervallo di tempo troppo breve, un secolo appunto, perché i nostri organismi potessero adattarvisi. Queste modificazioni riguardano:

    -         la diminuzione del dispendio energetico quotidiano, grazie anche alla continua meccanizzazione di tutte le attività umane;

    -         l’aumento della disponibilità alimentare ed in particolare dell’apporto di grassi e zuccheri semplici, contenuti soprattutto in alimenti raffinati e di origine industriale;

    -         la diminuzione dell’assunzione di fibre e di carboidrati complessi.

    Tutto questo contribuisce inoltre, alla crescita del divario  esistente tra i Paesi in via di sviluppo, caratterizzati da deficit alimentari, ed i Paesi industrializzati, interessati da patologie dovute ad alimentazioni eccessive e squilibrate. (2-34 + AUTO)

     

    Alla luce di tutto ciò, vi proponiamo degli elementi di base per creare la vostra dieta giornaliera, secondo i vostri fabbisogni, investendo sulla vostra salute.

    Vi sarà utile, pertanto, avere informazioni  circa le connessioni dell'alimentazione alle varie malattie correlate alla dieta, la possibile prevenzione alimentare di queste malattie, il vostro fabbisogno nutrizionale, la composizione degli alimenti e le conseguenze dei processi di trasformazione e conservazione che li riguardano; riteniamo, infatti, sia fondamentale, ai fini di un'alimentazione consapevole, sapere per esempio  cosa provocano al nostro organismo i residui di pesticidi contenuti negli alimenti o quali perdite possono verificarsi nei principi nutritivi dei cibi con la manipolazione domestica o quanto incide, a livello economico mondiale, l’uso eccessivo di proteine animali. (AUTO)

     

     

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    TUMORI

     

    E' FIN DAL 1953 CHE SI PARLA DELLA CORRELAZIONE TRA ALIMENTAZIONE E CANCRO CON LA PUBBLICAZIONE DA PARTE DI TANNENBAUM E SILVERSTONE NEL PRIMO VOLUME DI "ADVANCES IN CANCER RESEARCH", DI UN ARTICOLO DAL TITOLO "NUTRIZIONE IN RELAZIONE AL CANCRO" E, PER QUANTO LE NOSTRE CONOSCENZE ABBIANO CONTINUAMENTE SETE DI CONFERME, IN QUESTO     ARTICOLO VENGONO INDICATI CHIARAMENTE I RISCHI ONCOGENI CONNESSI ALL'ALIMENTAZIONE (2-111).

    LA GRAVITA' DELL'ARGOMENTO E' NOTA A TUTTI:

    - I TUMORI CONSIDERATI EVITABILI PER I QUALI L'ALIMENTAZIONE COSTITUISCE UN FATTORE DI RISCHIO IMPORTANTE, HANNO CAUSATO 50-55.000 DECESSI NEL 1990, IL 20% DEI QUALI ATTRIBUIBILI ALL'ABUSO DI ALCOOL (9-1);

    - IL TUMORE E' LA PRIMA CAUSA DI MORTE PER SINGOLA MALATTIA (2-113) E DI DECESSO PREMATURO (PRIMA DEI 65 ANNI) (7-82);

    - I TUMORI SONO LA SECONDA CAUSA DI MORTE NELL'INFANZIA (2-113);

    - E’ POSSIBILE STIMARE IN CIRCA 270.000 I NUOVI CASI DI TUMORE DIAGNOSTICATI OGNI ANNO IN ITALIA ED IN CIRCA 1.000.000 I PAZIENTI MALATI DI TUMORE (56-24);

    UNO STUDIO EPIDEMIOLOGICO HA RIVELATO CHE  NELLE POPOLAZIONI DEI PAESI INDUSTRIALIZZATI IL 30-40% DEI TUMORI CHE COLPISCONO GLI UOMINI E FINO AL 60% DI QUELLI FEMMINILI, SONO ATTRIBUIBILI ALL'ALIMENTAZIONE: FRA QUESTI TROVIAMO IL CANCRO  DELLA CAVITÀ' ORALE, DELLA LARINGE, DELLA FARINGE, DEL POLMONE, DELLA MAMMELLA, DELL'ESOFAGO, DELLO STOMACO,  DELL'ENDOMETRIO, DELLA PROSTATA, DEL COLON E DEL RETTO (11-40).

     
    CANCRO DELLA CAVITÀ’  ORALE E DELLA  FARINGE - 3.000 circa i decessi nel 1994

    L’alcool, il fumo ed il loro connubio tendono ad aumentare  il tasso di incidenza di questo tumore, come si è potuto desumere da studi epidemiologici nei Paesi industrializzati.

    Studi caso-controllo hanno anche dimostrato un aumentato rischio associato all’ingestione poco frequente di frutta e verdura. (11-40)

     
    CANCRO ALL'ESOFAGO - 2.300 circa i decessi nel 1994

    Su questa neoplasia pesa molto negativamente la sinergia che si crea tra fumo ed alcool.

    In Francia, per esempio, è stato calcolato che la frequenza di cancro all’esofago tra:

    I FUMATORI CON:       E’ DI 20 VOLTE INFERIORE A               E 40 VOLTE INFERIORE A

    meno di 10 sigarette/die e   quella dei non fumatori con        quella dei grandi fumatori

    meno di 40g di etanolo/die          80g di etanolo/die                      con 20 sigarette/die e

            (1/2 litro di vino)                        (1 litro di vino)                   80 g di etanolo/die

     

    Il cancro all’esofago sembra inoltre essere associato ad un basso apporto di ortaggi a foglia verde, frutta fresca, vitamina A e C, magnesio, calcio, zinco nonché ad  un elevato consumo di sottaceti e di cibi e bevande molto caldi. (11-41)

     

    CANCRO AL POLMONE - 30.400 circa i decessi nel 1994

    In molti Paesi industrializzati è la prima causa di morte per cancro tra gli uomini e tra i più frequenti fra quelli che colpiscono  le donne.

    Indubbio come primo fattore causale di questa neoplasia il fumo di tabacco. Anche il colesterolo ed i grassi sono positivamente correlati al cancro al polmone.

    Studi condotti su popolazioni diverse, hanno invece mostrato un effetto inibitorio su questa neoplasia da parte delle verdure, in particolare quelle contenenti betacarotene. (11-42)

    Non si sono avuti gli stessi risultati sperimentando l'assunzione in laboratorio di integratori a base di betacarotene, questo probabilmente perché nelle verdure esso è presente in un cocktail sinergico ed anche perché, se una sostanza si rivela benefica a determinate dosi, presa in dosi eccessive può essere tossica. (INTERVISTA RADIOFONICA AD UN ONCOLOGO)

     

    SUL FUMO DI SIGARETTA…

    Nella bozza del  Piano Sanitario Nazionale è scritto:

    “CONSOLIDATE EVIDENZE SCIENTIFICHE DIMOSTRANO LA RELAZIONE ESISTENTE TRA ABITUDINE AL FUMO DI TABACCO, ESPOSIZIONE AL FUMO PASSIVO E STATO DI SALUTE. E’ ATTRIBUIBILE AL FUMO IL 90% DELLE MORTI PER TUMORE POLMONARE, I DUE TERZI DELLE MORTI PER BRONCOPNEUMOPATIA CRONICA E UN QUARTO DELLE MORTI PER MALATTIE CARDIOVASCOLARI. ANCHE L’ESPOSIZIONE PASSIVA AL FUMO DI SIGARETTA COSTITUISCE UN IMPORTANTE FATTORE DI RISCHIO; E’ STATO OSSERVATO UN AUMENTO DELLA FREQUENZA DI TUMORI POLMONARI, DELL’INFARTO DEL MIOCARDIO E DELLE MALATTIE DELLE VIE RESPIRATORIE NEI SOGGETTI ESPOSTI A FUMO PASSIVO“(56-15)

    Ma è d'obbligo costatare che a fronte di uno Stato che continua a percepire tasse su questo prodotto, ammontanti nel solo 1997 a 11.000 miliardi di lire! (101-139), nel 1996 sono stati circa 15.000.000 gli italiani che hanno continuano a fumare, nonostante su ciascun pacchetto di sigarette sia riportata una dicitura attestante la nocività del prodotto, sia per chi fuma sia per chi inala passivamente e suo malgrado; sempre nel ’96 gli ex-fumatori erano circa 11 milioni. (ISTAT)

    Ogni anno si fumano 90.000 tonnellate di sigarette, 500 tonnellate di sigari, 500 tonnellate di tranciati(73-119)! ammontanti a  18 mila miliardi di lire circa, completamente buttati in “fumo” (AUTO+ ISTAT)!

    Secondo un’indagine Eurisko, la percezione che fumatori ed ex-fumatori hanno del loro livello di vita è assai diversa: i primi per esempio si dicono molto soddisfatti nel 60% dei casi, gli altri nel 69%; insoddisfatti rispettivamente il 24% ed il 16%. Le aree che beneficiano di questa soddisfazione riguardano il privato più che la salute in senso stretto e soprattutto la qualità della vita sentimentale ed i rapporti in ambito familiare.(73-119)

    Per dare un esempio del grado di “inquinamento” raggiungibile da un fumatore pensate che: un individuo che respira lo smog di Los Angeles per un anno, inala un quantitativo di materiale bruciato paragonabile a quello di 2 pacchetti di sigarette.(14-38)

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    CANCRO AL SENO - 11.350 circa i decessi nel 1994

    Da studi caso-controllo e studi di correlazione è emerso che calorie  e grassi sono in associazione diretta con l'insorgenza del cancro al seno, probabilmente perché aumentano la produzione di estrogeni. (11-42)

    Uno studio effettuato tra donne vegetariane ha inoltre rivelato un tasso di mortalità per cancro alla mammella più basso rispetto alle altre donne (2-146).

     

    CANCRO ALLO STOMACO - 13.000 circa i decessi nel 1994

    Questa neoplasia è associata a diete ricche di cibi affumicati o conservati sotto sale, ad eccessivo consumo di sale ed allo scarso apporto di frutta e verdura fresca.

    Il cambiamento a cui abbiamo assistito ultimamente in campo alimentare verso cibi più sani e naturali, potrebbe forse spiegare la diminuzione della mortalità attribuibile al cancro allo stomaco. (11-41)

    Questa neoplasia è infatti, in netto calo nel mondo tranne che nel Giappone, nei Paesi della Cordigliera delle Ande, parte dei Caraibi e dell'Est europeo. In Italia le zone più interessate da questo tumore sono l'Emilia Romagna, parte della Lombardia, della Toscana, e Repubblica di San Marino (2-143).

     

    CANCRO AL FEGATO - 10.350 circa i decessi nel 1994

    Nei Paesi industrializzati il cancro al fegato è correlato con l'uso eccessivo di bevande alcoliche (11-42); altri fattori scatenanti sono la cirrosi, l'epatite virale, la malnutrizione ed alcuni cancerogeni ingeriti con la dieta.

    Rilevante è l'interazione tra epatite B ed aflatossine (2-144).

    Per questa neoplasia  è stato identificato come fattore alimentare specifico l'obesità (11-43).

     

    CANCRO ALLA PROSTATA - 6.800 circa i decessi nel 1994

    Studi analitici dimostrano la correlazione tra ingestione di grassi con la dieta, obesità  e rischio di cancro alla prostata (11-43).

     

    CANCRO AL COLON e AL RETTO

    11.000 circa i decessi per CANCRO AL COLON

    e 3.950 circa per CANCRO AL RETTO NEL 1994

    Regimi alimentari con poca fibra ed alto contenuto di grassi, aumentano la probabilità di manifestarsi del cancro al colon. Infatti le fibre, contenute in grande quantità nei vegetali, velocizzano l'evacuazione delle feci e quindi riducono il tempo e la superficie di contatto fra  i carcinogeni che vi sono presenti e la mucosa intestinale.

    Ciò fu avvalorato, tra l’altro, anche dall'osservazione di alcune popolazioni dell'Africa Meridionale che, grazie ad un regime alimentare ricchissimo di vegetali, avevano una massa fecale molto superiore rispetto a quella degli abitanti dei Paesi industrializzati e di conseguenza, una quasi totale assenza di questa neoplasia; anche gli appartenenti alla Chiesa degli  Avventisti del Settimo Giorno della California, meta' dei quali sono vegetariani, presentano un'incidenza di tumori colorettali molto bassa.

    E' da notare che essi non fanno uso di alcolici e questo è importante perché il rischio di cancro al retto può essere aumentato dal consumo di birra. (11-41)

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    A sostegno dell'importanza dell'alimentazione nella prevenzione delle neoplasie, vi sono indagini compiute su emigranti che hanno dimostrato che quando gli abitanti di un'area ad alto rischio per un tipo di  tumore si trasferiscono, l'incidenza sulle generazioni successive si attesta sui valori delle aree ospitanti. Interessante, a questo proposito, uno studio effettuato nel 1972 su giapponesi trasferitisi alle Hawaii. Essi furono  tenuti sotto controllo per registrare l'insorgenza  di nuovi casi di cancro allo stomaco.

    Fu riscontrato , fra i componenti della seconda generazione degli emigrati, un tasso di insorgenza di questa neoplasia, pari a quello hawaiano, molto più basso di quello giapponese, e l'unica modifica apportata fu la dieta. (2-143)

    Tuttavia, rimane impossibile quantificare in maniera precisa l'influenza dell'alimentazione sulle neoplasie; infatti, per capire se un dato alimento può indurre una patologia dovremmo riuscire ad isolarne gli effetti, ma dobbiamo tenere presente  che esso è l'insieme di più sostanze che possono interagire chimicamente con gli altri cibi ingeriti.

    I dati epidemiologici sono tratti da osservazioni compiute su popolazioni o su sottogruppi di esse; bisogna poi considerare che ogni popolazione è costituita da individui che possono avere una suscettibilità diversa nei confronti di ciascuna malattia e parte di tale differenza può essere spiegata geneticamente. A volte può capitare che in popolazioni aventi  un certo tipo di alimentazione, tale da scatenare una patologia, vi siano individui geneticamente predisposti ad essa, cosi' non tutti quelli che si ammaleranno di una malattia a rischio dietetico, l'avranno contratta a causa dell'alimentazione ma per motivi di predisposizione genetica. E’ vero che studi sperimentali su animali permettono indagini più approfondite sui rapporti alimentazione-patologie, ma emerge poi la difficoltà di trasferire i dati desunti da queste indagini agli esseri umani. (11-35)

                                  

     

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    MALATTIE CARDIO E CEREBROVASCOLARI

     

    Le malattie cardio e cerebrovascolari, nei Paesi industrializzati, sono rispettivamente la prima e la terza causa di morte (28-4),  inoltre:

    - NEL 1994, IN ITALIA, 242.600 DECESSI, CIOÈ' IL 44% CIRCA DELLE MORTI DI QUELL'ANNO, FURONO IMPUTABILI ALLE MALATTIE CARDIOVASCOLARI (30-128); 168.700 CIRCA GLI EVENTI CORONARICI E 73.900 CIRCA QUELLI CEREBROVASCOLARI;

    - IL 12% DEI COLPITI HA MENO DI 65 ANNI (ISTAT);

    - DALL'8 AL 10% DELLE PERSONE COLPITE DA INFARTO DECEDONO ENTRO 1 ORA ED IL 40% ENTRO UN MESE (9-3);

    - SECONDO UN DOCUMENTO DELL’ ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ', L'ESCLUSIONE DELLE SOLE MALATTIE CARDIOVASCOLARI AUMENTA LA SPERANZA DI VITA IN EUROPA, MEDIAMENTE DI SETTE ANNI, MENTRE LE ALTRE PATOLOGIE HANNO UN MINORE IMPATTO IN QUESTO SENSO (10-37).

     

    Tra le malattie cardiovascolari, una delle cause principali di mortalità è l’infarto miocardico acuto, con circa 37.439 decessi nel 1994 (ISTAT), mentre sono fattori di rischio per queste patologie: il fumo di sigaretta, l'ipercolesterolemia, l'ipertensione arteriosa, il sovrappeso, l'obesità, la sedentarietà ed ancora più dannosa è la sinergia che si crea tra i fattori (1-14).

    E' stato accertato inoltre che l'aumento o la diminuzione dell'1% dei valori di colesterolemia, corrisponde rispettivamente, all'aumento o alla diminuzione del 2% dell'incidenza di infarto di cuore o di morti improvvise di origine coronarica, sull'intera popolazione. (27-7-5).

    Seconda, in ordine d'importanza, tra le cause di mortalità cardiovascolare è l'ictus (10-41), la più diffusa tra le malattie cerebrovascolari, con circa 80.000 episodi l'anno,  e tristemente nota per l'alta percentuale di casi d'invalidità che ne deriva (10-44).

    Infatti una Commissione scientifica dell'OMS ha appurato che il 23% dei colpiti da ictus, muore entro una settimana dall'attacco, il 25% entro l'anno, il 17% ha menomazioni residue di natura neurologica ancora dopo un anno, ed il 40% di questi non sarà più autosufficiente.

    Solo il 20% dei colpiti tornerà a riprendere l'attività lavorativa.

    I costi sono quindi molto alti, sia a livello personale che a livello sociale, poiché i pazienti hanno spesso degenze ospedaliere molto lunghe. (10-44).

    Il principale fattore di rischio per l'ictus è l'ipertensione arteriosa (5.614.000 i casi e 17.280 i decessi nel 1994), la cui causa primaria è l’uso eccessivo di sale nell'alimentazione (10-100).

     

    SULL’IPERTENSIONE ARTERIOSA…

    Per ipertensione arteriosa si intende l’aumento della pressione sistolica (massima) e/o diastolica

    (minima); l’ipertensione può essere: normale, lieve, moderata, grave, maligna, senile.

    -     normale: pressione diastolica tra 85 e 89 mm Hg

    -         lieve: pressione diastolica tra 90 e 104 mm di Hg

    -         moderata: pressione diastolica tra 105 e 119 mm di Hg

    -         grave: pressione diastolica oltre 120 mm di Hg

    -         maligna: pressione diastolica oltre 120-130 mm di Hg accompagnata da alterazioni renali e oculari

    -         senile: pressione sistolica maggiore di 160 mm di Hg con diastolica normale.

    Quasi sempre l’ipertensione comporta un aumento tanto dei valori sistolici quanto di quelli diastolici.

    Nei Paesi industrializzati il 15-20% della popolazione ha una pressione ai limiti (160/95).

    Fattori scatenanti l’ipertensione possono essere:

    -         predisposizione familiare;

    -         situazioni socio-culturali ed ambientali;

    -         età;

    -         iperalimentazione;

    -         eccessiva introduzione di alcuni elementi minerali;

    -         obesità;

    -         alcolismo.

    Il ruolo dell’alimentazione è rilevante ai fini della prevenzione e del trattamento. Infatti, la percentuale degli ipertesi è alta nelle popolazioni che assumono eccessive quantità di sodio con gli alimenti, mentre è scarsa, se non assente, presso alcune comunità primitive africane che ne fanno un uso ridotto.(86-81)

     

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    CIRROSI EPATICA ALCOLICA

     

    SONO STATI CIRCA 202.000 I CASI DI CIRROSI EPATICA NEL 1994 DI CUI  CIRCA IL 10% CON ESITO MORTALE ED IL 50% DEI QUALI IN ETA' PREMATURA (ISTAT).

    La cirrosi epatica può insorgere per vari motivi legati all’alimentazione, ma SECONDO UNA STIMA RISULTA CHE IL 44% DELLE CIRROSI è DOVUTO AL CONSUMO ECCESSIVO DI ALCOOL (oltre i 30 g. al giorno, contenuti per esempio in meno di 1/2 litro di vino) (28-14).

     

    La cirrosi epatica alcolica è un indurimento del fegato che non si sviluppa mai in modo repentino, ma crea progressive trasformazioni della struttura epatica. Insorge prima l’epatite alcolica ed, in un secondo tempo, la cirrosi epatica alcolica con la totale alterazione delle strutture epatiche, le cui cellule scompaiono per essere sostituite da un tessuto fibroso e duro. (78-303)

    A testimonianza dell'incidenza dell'alcool su questa patologia, vi sono i risultati di vari studi, tra cui uno condotto in Francia, durante la seconda guerra mondiale, quando vi fu il razionamento del vino e la mortalità da cirrosi epatica ebbe un calo dell'80%. Uno studio ha rivelato che se il consumo giornaliero di etanolo scendesse da 160 a 80 grammi al giorno, si avrebbe una riduzione del tasso di morbosità da cirrosi del 58%, il problema del delirium tremens si ridurrebbe del 90% ed il tumore dell'esofago del 28% (10-111).

     

    SULL’ALCOOL ETILICO O ETANOLO…

    NEL 1994 IN ITALIA, SONO STATI 4.137 I RICOVERATI IN ISTITUTI PUBBLICI O PRIVATI PERCHÉ' DIPENDENTI DALL'ALCOOL (3.274 maschi e 863 femmine - ISTAT); si stima che la percentuale di nuovi alcolisti sia il 10% del totale cioè circa 50.000 all'anno) ed il 30% di questi risulta disoccupato (24-32).

    Le cause di morte per le quali si fa menzione specifica dell'abuso d'alcool come causa del decesso sono: psicosi alcoliche (29 morti nel 1994), sindrome di dipendenza dall'alcool (326 morti nel 1994), abuso di alcool senza dipendenza, polineuropatia alcolica, miocardiopatia alcolica, gastrite alcolica, ingrossamento e danni al fegato da alcool, epatite alcolica acuta, cirrosi epatica alcolica, eccesso di tasso alcolico nel sangue, avvelenamenti accidentali da alcool etilico. (24-123)

    Ma dall'analisi dei costi sociali dell'alcool emerge come un eccessivo consumo di alcolici, o addirittura l'abuso e la dipendenza da alcool, non siano un problema esclusivo degli alcoolisti, bensì dell'intera collettività.

    Le spese sanitarie, sia generiche che relative ai trattamenti presso istituti specializzati, l'aumento della criminalità, degli incidenti (e dunque ancora delle spese sanitarie), le spese per politiche sociali, rappresentano solo alcuni di tali oneri. (24-4)

    Per quanto riguarda il calcolo del costo sociale si sono valutati quattro grandi ordini di problemi legati all'abuso di alcolici:

    1) effetti sulla  salute: è il problema direttamente legato alle conseguenze dell'alcool. Si tratta di una gamma piuttosto ampia di condizioni patologiche che va dalla psicosi alcolica alla cirrosi epatica, ai tumori maligni, ad alcune malattie del sistema cerebrovascolare, dell'apparato digerente, ecc. (24-4);

    2) effetti sull’infortunistica: ovvero al maggior rischio di subire traumi derivanti da infortunii domestici e del tempo libero, infortuni sul lavoro, incidenti stradali (24-4); la legge italiana prevede che non possano mettersi alla guida degli autoveicoli coloro il cui tasso alcolico  superi gli 0,8 grammi di alcool per litro di sangue. (27-5-8)

    (gli incidenti provocati da persone in stato di ebbrezza nel 1996 sono stati 1.617, 57 dei quali con investimento di pedoni - ISTAT)

    3) manifestazione di fenomeni di criminalità e devianza: le violenze in famiglia, le violenze sessuali, gli omicidi, ecc. (24-4)

    4) ripercussioni sul mercato del lavoro derivanti da una riduzione della produttività, misurabile in termini di riduzione di salari e redditi, di maggior rischio di disoccupazione, di interruzione di percorsi lavorativi e formativi, di riduzione delle ore lavorate, di incremento dell'assenteismo. (24-4)

    Il costo sociale complessivo indotto dall'alcool è stato stimato in circa 13.101 miliardi nel 1994 (24-111).  

    Tab. 1- Costi sociali dovuti all'alcolismo, secondo la ripartizione proposta, in milioni di lire al 1994 (24-34).

     

    TIPOLOGIE                                                             IPOTESI                     

                                                                           BASE                 MEDIA

    Costi primari diretti                                            2.343.476          2.609.822

    Costi per trattamenti degli alcolisti                      2.343.476          2.609.822

    di cui:

    - ricoveri ospedalieri                                           1.757.824          2.017.165

    - riabilitazione/reinserimento                                  321.250             321.250

    - altre prestazioni sanitarie                                    212.434             214.948

    - prestazioni continuative per disabili                        51.968              56.459

     

    Costi primari indiretti                                         5.059.518          5.613.741

    Morbilità degli alcolisti                                       3.464.288          3.631.871

    di cui:

    - assenza dal lavoro per incidenti/malattie            2.554.304          2.642.902

    - perdita del lavoro per invalidità permanente           833.374             905.388

    - assistenza dei familiari                                         76.610              83.581

     

    Mortalità degli alcolisti                                       1.595.230          1.981.870

    di cui:

    - perdita di produzione (occupati)                         1.595.230          1.981.870

     

    Costi secondari diretti                                        3.357.145          4.009.825

    Costi per gli incidenti provocati dagli alcolisti        3.357.145          4.009.825

    di cui:

    - spese afferenti i trattamenti sanitari                     140.066             169.777

    - spese amministrative                                       1.171.779          1.396.562

    - costi associati alla distruzione di proprietà

     (pubblica e privata)                                           2.045.300          2.443.486

     

    Costi secondari indiretti                                         716.171             868.086

    Morbilità delle vittime di incidenti

    provocati da alcolisti

    (perdita di produzione degli occupati)                      217.507             263.645

     

    Mortalità delle vittime di incidenti

    provocati da alcolisti

    (perdita di produzione degli occupati)                      498.664             604.441

     

    TOTALE                                                          11.476.310         13.101.474

     

    Seppure con andamenti non lineari, fortunatamente il livello dei consumi di bevande alcoliche si è progressivamente ridotto dal 1980 al 1994 di circa il 17% (24-67) e dagli 87 litri di bevande alcoliche procapite annui nel 1990, si è passati agli 82,2 litri nel 1993 (24-82)!

    Ma i consumi delle famiglie, per quanto riguarda il settore delle bevande alcoliche, comportano comunque una spesa ragguardevole; essi infatti si sono rivolti nel 1994, per il  65,4% al vino (6.540 miliardi), per il 19,4% alla birra (1.937 miliardi) e per il restante 15,2% alle altre bevande alcoliche (1.524 miliardi) per un totale di 10.001 miliardi, cioè circa l'1% del consumo totale delle famiglie in quell'anno (1.030.296 miliardi) ed il 5% della spesa per il settore familiare, contro l'8% di quella per le bevande analcoliche. (24-17)

    Il rischio di diventare alcolisti è più elevato nel sesso maschile rispetto a quello femminile: si calcola tre-cinque volte di più (23-20); ma la gravità del dato femminile risulta preoccupante soprattutto per le donne che in gravidanza fanno eccessivo uso di alcool (più di 30g. di alcool al giorno);  e' stato infatti, individuato un quadro caratteristico di anomalie nei neonati. Questa "sindrome alcolica fetale"  provoca il ritardo generalizzato della crescita, compreso il ritardo mentale ed altre anomalie come le cardiopatie congenite. Le stime relative all'America settentrionale e all'Europa mostrano un'incidenza della sindrome alcolica fetale di 1-3 casi su 1000 nati vivi e di alcuni effetti dannosi in ulteriori 3-5 casi su 1000 nati vivi.

    L'alcool quindi è una delle cause più comuni di anomalie neonatali nei Paesi industrializzati. (11-54)

    In certe famiglie vi è l'abitudine a bere vino o altri alcolici oltre misura, abitudine che viene “tramandata naturalmente” alle nuove generazioni risultando così  difficilmente resistibile (23-20).

    Dobbiamo comunque ricordare che l'alcoolismo è caratterizzato anche da problemi comportamentali, familiari e sociali di grande rilevanza; a causa di questi aspetti è considerato la malattia sociale per eccellenza. (23-20)

    Sottolineiamo infine, come, il diffondersi del consumo di superalcolici, sia facilitato dall'allettante pubblicità con i quali vengono propagandati  tramite i mass media; pubblicità che molto spesso ci propone ambienti e situazioni affascinanti, con soggetti che trasudano vite intense ed altolocate, che risultano scollate dalla realtà del consumatore medio, e che forse proprio per questo lo catturano (AUTO).

    E sicuramente è un settore pubblicitario ricco quello delle bevande alcoliche, visto che nel 1994 sono stati spesi 459 miliardi cioè l'11% degli investimenti pubblicitari del settore alimentare. (4-21)

                                  

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    In conclusione vi invitiamo a riflettere sul fatto che spendiamo in un anno 10.001 miliardi per acquistare bevande alcoliche, di cui alcuni fanno un consumo eccessivo, pericoloso per sé stessi e per gli altri,  che costa all’intera collettività 13.101 miliardi, e tutto questo per qualcosa che al nostro fisico non è assolutamente necessario (AUTO). 

     

     

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    OBESITÀ

     

    IN ITALIA IL 7,3% DELLA POPOLAZIONE SOPRA I 17 ANNI RISULTA OBESO  (7,5% MASCHI E 7% FEMMINE) (66-14).

     

    Portarsi addosso parecchi chili in più aggrava il funzionamento degli apparati respiratorio, digerente, scheletrico e cardiocircolatorio;  è  fattore di rischio per l'arteriosclerosi, il diabete, l'ipertensione (che, in percentuale, si riscontra più tra gli obesi che nel resto della popolazione),le malattie della cistifellea, il tumore al seno, il cancro dell'endometrio, i tumori del colon  e le malattie cardiovascolari.

    Possono poi facilmente insorgere: vene varicose, tromboflebiti, litiasi biliare, irritazioni e macerazioni cutanee, ernie e stati ansioso depressivi (15-440); di conseguenza, dall'analisi di dati che correlano il tasso di mortalità con il peso corporeo, emerge un'aspettativa di vita ridotta. (8-15)

    Ma quando dall'essere in sovrappeso si passa all'obesità?

    Si comincia a parlare di obesità quando il peso corporeo supera del 20% quello "ideale".

    Negli USA la percentuale di persone adulte in sovrappeso varia dal 25 al 45%; in Italia non esistono dati cosi' precisi ma una ricerca eseguita presso i dipendenti degli ospedali riuniti di Parma rivela che al di sopra dei 40 anni le persone in sovrappeso di oltre il 20% sono il 22% della popolazione maschile ed il 38% di quella femminile. Addirittura dopo i 50 anni il 60% delle donne e' dichiaratamente obeso. (15-439)

    Le differenze della diffusione dell'obesità in diverse popolazioni, devono essere attribuite in larga misura a fattori ambientali (soprattutto alimentazione ed attività fisica); nell'ambito di una singola popolazione coloro che diventano obesi, provengono solitamente da famiglie i cui membri hanno la tendenza ad essere in sovrappeso. (11-47)

    Da alcune statistiche si ricava infatti, che da genitori entrambe obesi si ha un 70% di probabilità che il figlio lo diventi; se un solo genitore è obeso si ha il 40% di probabilità, con genitori di peso normale il 20%. (15-439)

    Per quanto riguarda l'obesità infantile, studi recenti portano a concludere che, in Italia, circa il 20% dei soggetti in età scolare sono da considerarsi obesi e questo dato è reso ancora più preoccupante  se si tiene conto del fatto che circa l'80% dei bambini in sovrappeso rimane tale anche da adulto.

    Per i bambini lo stato di obesità può determinare alterazioni, inizialmente reversibili, all'apparato scheletrico: l'eccesso di peso dell'addome può provocare una iperlordosi lombare (accentuazione della curva anatomica), mentre il sovraccarico sulle gambe porta il bambino ad allargare la base d'appoggio, con conseguente valgismo delle ginocchia e piattismo dei piedi. (15-439)

    E’ importante quindi prevenire l'obesità fin dai primi anni di vita in quanto, durante l'infanzia, come anche durante la pubertà e la seconda metà della gravidanza, vi è un aumento del numero delle cellule lipidiche ed un aumento del loro volume; quindi, più cellule adipose si formeranno nei tessuti  che le ospitanto, tanto più difficile sarà dimagrire in quanto le cellule adipose in sovrannumero possono essere eliminate solo con iniziative di carattere chirurgico non scevre da rischi (15-439).

    E’ stato rilevato che persone con un eccesso di grasso sulla zona superiore del tronco, hanno più implicazioni negative sulla salute, a parità di eccesso di peso, che persone con un eccesso di grasso sui fianchi; è quindi necessario che chi presenta tale profilo corporeo a rischio, sorvegli con maggiore attenzione il proprio peso. (29-4)

     

     

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    OSTEOPOROSI

     

    LE PERSONE AFFETTE DA OSTEOPOROSI IN ITALIA NEL 1994 SONO STATE CIRCA 2.613.000 DI CUI CIRCA  3/4 DONNE DAI 55 ANNI IN POI (ISTAT); IL NUMERO TOTALE DI FRATTURE CAUSATE DALL'OSTEOPOROSI IN ITALIA E' STATO STIMATO IN CIRCA 32.000 L'ANNO (30-130)

     

    L'osteoporosi è caratterizzata da fragilità ossea, dovuta alla ridotta quantità di tessuto osseo presente in ogni parte dello scheletro.

    La densità del tessuto osseo aumenta durante l'infanzia e l'adolescenza, per poi ridursi più decisamente dopo la menopausa, per le donne, ed intorno ai 55 anni, per gli uomini. (11-52)

    I fattori associabili ad una diminuzione della densità ossea, sono stati classificati in varie categorie:

    a) carenza di estrogeni,

    b) immobilità,

    c) fumo,

    d) alcool e terapia farmacologica,

    e) mancato apporto di calcio (11-53).

    L'insorgenza di osteoporosi è inoltre associata anche ad un basso apporto di vitamina D, di fosforo e ad un eccessivo uso di proteine che sembrerebbero contribuire alla perdita di calcio (10-113); nelle persone affette da osteoporosi, infatti, vi è un bilancio calcico negativo, dovuto sia ad un progressivo deterioramento, con l'età, del processo digestivo di questo minerale, che ad una riduzione dell'apporto di calcio con gli alimenti. (1-22)

    Da uno studio dell'Istituto Nazionale della Nutrizione, risulta infatti che il 46.5% circa degli uomini e il 62.5% circa delle donne di uno stesso gruppo, assumevano solo il 67% del fabbisogno quotidiano di calcio (1-22); preoccupante il dato riguardante le donne, se si pensa che nei Paesi industrializzati, nei primi 10 anni dopo la menopausa, esse perdono circa il 15% della massa ossea (11-52).

    Questa condizione predispone alle fratture del collo del femore (1939 i decessi nel 1994 - ISTAT), del polso, della colonna vertebrale, che risultano  letali nel 20% dei casi (9-2), mentre il 16% dei traumatizzati non camminerà più (11-52).

    Tra i fattori favorenti l'osteoporosi abbiamo citato il fumo poiché risulta che lo scheletro dei fumatori presenta un contenuto minerale inferiore del 15-30% rispetto a quello dei non fumatori (10-62).

    E’ importante  ricordare che un efficace approccio preventivo, che ritardasse il processo osteoporotico di soli 5-6 anni, ridurrebbe della meta' il rischio per ogni donna, di subire una frattura dell'anca da osteoporosi (28-14) e ridurrebbe il costo del ricovero ospedaliero in seguito a fratture dovute ad osteoporosi, stimato in circa 150 miliardi l’anno.

    Non solo: se si aggiungono le spese per le terapie riabilitative, in genere lunghe, e per l’invalidità residua, che spesso richiede assistenza domiciliare, si arriva ad una stima di circa 730 miliardi l’anno; vengono inoltre perse circa 364.000 giornate lavorative ogni anno per questa causa (28-12).

     

     

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    DIABETE MELLITO NON INSULINO-DIPENDENTE

     

    L’80% DEI CASI DI QUESTA PATOLOGIA E’ ATTRIBUIBILE ALL’ALIMENTAZIONE( 28-14).

    Per questa patologia la componente attribuibile all'alimentazione è dell'80%. Il diabete mellito non insulino-dipendente, prevale in soggetti di 40 anni ed oltre, e circa l'80% di essi è obeso (11-48).

    L'obesità è stata ampiamente accettata come fattore precipitante di grande importanza per questo tipo di diabete e fondamentali sono il grado di obesità e la sua durata (1-8).

    Il tasso di incidenza del diabete è infatti quasi doppio in presenza di un moderato sovrappeso, mentre, in pazienti marcatamente obesi, può essere più di 3 volte superiore al normale (11-48).

    Il controllo del peso è, quindi, di fondamentale importanza sia nella prevenzione primaria di questa patologia, che in individui ad alto rischio di diabete.

    Cause diabetogene correlate all'obesità, possono essere un aumentato immagazzinamento di grasso, un incremento dell'assunzione di materiale energetico di natura alimentare, la composizione della dieta (e particolarmente un elevato consumo di grassi), nonché l'inattività fisica (1-8).

    Il diabete è anche associato a malattie cardiovascolari, disordini renali, neurologici e oculari e, durante la gravidanza, ad effetti negativi sul feto. (11-48)

    Si è constatato inoltre che la riduzione dei grassi nella dieta, diminuisce l'insorgere di malattie coronariche e vascolari che sono complicanze del diabete. (15-441).

     

     

     

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    GOZZO ED ALTRE MALATTIE DA CARENZA DI IODIO

     

    I DISTURBI DA CARENZA DI IODIO, INTERESSANO CIRCA UN MILIARDO DI PERSONE, DISTRIBUITE IN 80 PAESI NEL MONDO.

     

    Da studi condotti nel 1995 è emerso che la carenza iodica non è limitata soltanto alle regioni settentrionali del nostro Paese, ma è presente anche nelle regioni centromeridionali, nelle zone di pianura ed addirittura nelle regioni costiere (49-157).

    Lo iodio e' un componente fondamentale degli ormoni prodotti dalla ghiandola tiroide situata, nella parte anteriore del collo; gli ormoni tiroidei regolano numerose attività metaboliche dell'organismo, influenzando, fra l'altro, sia l'accrescimento corporeo che lo sviluppo cerebrale e la maturazione sessuale; la carenza di iodio quindi, compromette la funzione della tiroide, dando luogo al gozzo e ad altre malattie (27-10-5). Il gozzo è caratterizzato da un aumento dell’ormone ipofisario TSH che porta ad una maggiore stimolazione della ghiandola tiroidea e quindi del suo volume al fine di captare, fissare ed estrarre la maggior quantità di iodio possibile dal plasma. Gravi condizioni morbose legate alla carenza di iodio sono anche: il cretinismo endemico, caratterizzato da deficit mentale, sordomutismo, paralisi spastica ed altri disordini neurologici; l'ipotiroidismo; l'aumentata frequenza di natimortalità e di mortalità infantile.

    Inoltre, sebbene i rapporti tra carenza iodica e carcinoma della tiroide non siano ancora del tutto definiti,  non vi e' dubbio che il deficit di iodio favorisca l'insorgenza di forme tumorali tiroidee maligne. (1-20)

    In tutto il territorio nazionale è stato rilevato che l’apporto medio giornaliero di iodio è inferiore a quello raccomandato e la prevalenza di gozzo nella popolazione giovanile risulta, nella maggior parte dei casi osservati, superiore al 20% o addirittura al 50% in numerose località ed al 73% in alcune località della Campania; in Alto Adige il 50% dei bambini in età scolare è affetto da gozzo. (49-157)

    Va sottolineato inoltre, che anche nei centri urbani e in genere nelle aree apparentemente esenti da una significativa prevalenza di gozzo endemico, l'apporto alimentare di iodio risulta generalmente inferiore a quello ritenuto ottimale dall'Organizzazione Mondiale della Sanità; in queste aree si riscontrano difetti mentali e di alterata funzione tiroidea meno gravi, ma certamente rilevanti sul piano sociale.

    Ricordiamo che il gozzo è stato una delle principali malattie europee da carenza nutrizionale fino al momento in cui, dopo la seconda guerra mondiale, sono stati compiuti sforzi per aumentare il consumo di iodio. (10-70)

    I primi provvedimenti di iodoprofilassi in Italia, sono stati limitati a ristrette aree di endemia gozzigena: Val d'Aosta nel 1909, Valtellina e zone montane del Piemonte e della Lombardia nel 1925. Solo nel 1972, venne emanato il primo provvedimento legislativo con il quale si autorizzava l'Amministrazione dei Monopoli di Stato, a produrre e a porre in commercio, limitatamente alle zone dichiarate colpite da endemia gozzigena, sale da cucina iodurato.

    In seguito, con l'abolizione del regime di monopolio di vendita del sale, fu  liberalizzata la commercializzazione del sale comune da cucina, ma non quella del sale iodurato, rigidamente riservata alla sola Amministrazione del Monopolio di Stato.

    Considerati questi inconvenienti veniva emanato un secondo decreto che liberalizzava la vendita del sale iodurato nelle zone di riconosciuta endemia gozzigena; in un comune della Sicilia e' stato invece sperimentato con successo, un metodo alternativo di iodoprofilassi mediante iodazione dell'acqua. (1-21) 

     

     

     

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    ANEMIA SIDEROPENICA

     

    Nel mondo gli anemici sideropenici sono 917 milioni, di cui ben 851 milioni nei Paesi sottosviluppati. (11-17)

    I dati in Europa riguardano il 20-30% delle donne in età fertile ed adolescenti. (49-136)

    In Italia sono stati 161 i morti per anemia sideropenica nel 1994. (ISTAT)

    Il ferro svolge numerose importanti funzioni nel nostro organismo, tra cui trasportare ossigeno ai tessuti (e' parte dell'emoglobina, proteina che porta ossigeno nel sangue), e la sua carenza è  causa dell’anemia sideropenica provocata da esaurimento delle riserve di questo minerale. (10-118)

    La carenza di questo elemento ha ripercussioni negative anche su altri sistemi e meccanismi biologici, come ad esempio il sistema immunitario, i sistemi e meccanismi di neurotrasmissione cerebrale e la termoregolazione.

    La carenza di ferro aumenta molto durante la gravidanza  a causa dell’aumento della quantità di sangue in circolazione e delle necessità del feto.(49-138)

     

     

     

     

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    Prevenzione delle malattie a rischio dietetico

     

     

    INTRODUZIONE

     

    DA DATI APPROSSIMATIVI SI E' ARRIVATO A CALCOLARE L'IMPATTO DELLE MRD SULLA SPESA SANITARIA NAZIONALE: 16.000 MILIARDI SU UN TOTALE DI 62.000.

    SI RITIENE INOLTRE CHE IL COSTO PER LA CURA DELLE MRD POTREBBE ESSERE RIDOTTO DEL 30% AGENDO SU TUTTI I FATTORI DI RISCHIO, IL CHE DETERMINEREBBE UN RISPARMIO DI CIRCA 3.600 MILIARDI DI LIRE, RISPARMIO CHE POTREBBE BILANCIARE LA SPESA PER PUBBLICIZZARE I METODI DI PREVENZIONE. (28-11)

     

    L’obiettivo I del Piano Sanitario Nazionale 1998-2000 è quello di promuovere l’adozione di comportamenti e stili di vita in grado di favorire la salute e di sostenere la diffusione di attività di controllo e di riduzione di fattori di rischio (…) attraverso azioni concernenti:

    -         alimentazione;

    -         fumo;

    -         alcool;

    -         attività fisica. (56-13)

    Prevenire le MRD significa effettuare una spesa alimentare oculata, scegliendo alimenti sani all'origine e tenendo presenti le nostre necessita',  cucinando e conservando il cibo in modo salutare.

    A questo proposito possiamo utilizzare le Linee guida alimentari, stabilite da un gruppo multidisciplinare di esperti, su iniziativa dell'Istituto Nazionale della Nutrizione, pubblicazioni dirette sostanzialmente a fornire consigli pratici per l'orientamento nutrizionale della popolazione ed i LARN (livelli di assunzione raccomandati di energia e nutrienti per la popolazione italiana) revisionati periodicamente dalla SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana). (AUTO)

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    Non è facile combinare una strategia a livello nazionale. Probabilmente manca, alla base, non soltanto un serio monitoraggio sulla salute della popolazione che evidenzi le fasce più suscettibili alle patologie nutrizionali, ma anche un monitoraggio sanitario locale con il quale le singole unita' sanitarie (medico di base, unita' sanitarie locali, ecc...) possano rendersi conto delle realtà nutrizionali e delle patologie legate ad esse.

    Se manca questa informazione capillare, anche le strategie nazionali potrebbero non risultare sufficienti al raggiungimento dello scopo finale, cioè quello di ridurre drasticamente l'influenza dell'alimentazione sull’insorgenza di patologie.

     

    Molto spesso poi le mete nutrizionali devono attenersi alla potenzialità di adattamento dell'industria agroalimentare di ciascun Paese, tenendo conto anche degli interessi economici in ballo.

    Se infatti si volesse dare un’impostazione diversa, più salutare, ai prodotti alimentari trasformati, bisognerebbe farlo rispettando i tempi di adeguamento ai cambiamenti delle industrie coinvolte, il che potrebbe significare decenni di assestamento in tutta la catena di produzione e trasformazione alimentare. (10-129)

    Salvaguardare la salute pubblica è molto spesso, perciò, un delicato gioco di interessi, rispetto ai quali il cittadino è quasi sempre spettatore passivo. (AUTO)

     

    TUMORI